Gianni Pisani: “Vi racconto il mio lavoro da infermiere, tra disciplina e fitness”

Home / Storie / Gianni Pisani: “Vi racconto il mio lavoro da infermiere, tra disciplina e fitness”
Gianni Pisani: “Vi racconto il mio lavoro da infermiere, tra disciplina e fitness”

Gianni Pisani: “Vi racconto il mio lavoro da infermiere, tra disciplina e fitness”

Indossare un camice da infermiere – specie ai tempi del Covid19 – è un gesto solo apparentemente semplice. Piuttosto, assume le sembianze di un rituale intriso di responsabilità e dedizione. Una categoria sfibrata, sottoposta a processi di glorificazione momentanei che, adesso, chiede soltanto di poter ripristinare la normalità perduta. Parlarne da fuori, tuttavia, rischia di diventare un esercizio impalpabile. Ecco perché abbiamo voluto dare voce a Gianni Pisani, un giovane infermiere lucchese impegnato quotidianamente all’Ospedale Versilia. Perché le storie si raccontano meglio se le vivi da dentro ed ascoltarle, a volte, è un modo proficuo per allungare pensieri sterili. Per scoprire, magari, che sotto al camice restano impigliati sogni, speranze e progetti da sospingere.

Gianni, come ti approcci a questo lavoro? Nasce come una vocazione?

Innanzitutto grazie Paolo di questa intervista e di questa opportunità.
E grazie anche a voi lettori per il vostro tempo. Spero che possiate trovare interessanti il mio racconto e le mie parole.

La scelta del mio lavoro nasce forse dalla mia intrinseca natura, fatta di empatia ed ascolto del prossimo. Ho vissuto a lungo in maniera introversa, protetto dai miei genitori fino dalla più tenera età per un brutto incidente che ha causato la fine della vita di mio fratello. Quindi sono cresciuto sin da giovanissimo con il rispetto per la vita e per il prossimo. Quasi ai limiti dell’umana concezione. Crescendo chiaramente ho modulato il mio agire nella vita, sia lavorativa che privata. All’inizio è stata come una sorta di vocazione, poi ho inciso sul mio modo di interpretare questo mestiere in  corso d’opera. La mia missione? Eseguire il mio lavoro seriamente e con accortezza, consapevole del fatto che una volta timbrato il cartellino in uscita devo cercare di fare il vuoto intorno, per non intaccare la mia sfera privata. Parlo di arginare i pensieri, di difendere la mia persona senza farmi assorbire troppo. Perché è una quotidianità dove sono in ballo tante emozioni diverse.

Quali sono state le tue prime esperienze come infermiere? 

Al di là di qualche esperienza lavorativa nel territorio locale a tempo determinato, dopo la laurea triennale, il mio primo vero approccio è avvenuto in Galles.
Lì ho potuto affinare la padronanza della lingua inglese e confrontarmi con un popolo così diverso dal nostro. Ho imparato a capire con il tempo gli usi e costumi, il loro modo di porsi sia nella quotidianità che nel momento della degenza, dove veniva fuori il vero aspetto umano. Ho conosciuto anche tante persone di nazionalità diverse in ospedale, come infermieri e Oss, per esempio spagnoli e filippini. Ho letto nei loro occhi un profondo senso di  malinconia per il loro paese di origine, ma anche lampi di speranza per la vita che stavano conducendo, una sorta di riscatto personale.
Personalmente non ho mai immaginato la mia vita in UK, ma ho voluto mettermi in gioco. Adoro le sfide e mi piace confrontarmi con le mie debolezze, come la paura per l’ignoto o le proprie ansie. Credo che saper uscire dalla zona comfort sia davvero importante.

Com’è andata quando sei rientrato in Italia? 

Dal punto di vista lavorativo ho subito conosciuto grandi differenze. In UK hanno una metodologia strettamente legata agli schemi. Sono precisi e ordinati. Noi italiani – non che non lo siamo – ma abbiamo anche più inventiva su come risolvere problemi che vanno oltre i postulati e sappiamo improvvisare sul momento.

Raccontaci gli aspetti migliori e le difficoltà che incontri nel tuo lavoro da infermiere

Le cose belle del mio lavoro personalmente le ritrovo nel sorriso, negli occhi lucidi dei pazienti. I loro ‘grazie’, il loro tenerti la mano in maniera salda mentre li ascolti. Quella voce rotta seguita a volte da lacrime di quando ti raccontano dei loro problemi, della vita privata, delle aspettative future. E tu sei lì come uno spettatore seduto in un cinema vuoto di periferia, dove proiettano l’esistenza di qualcun altro, a osservare in silenzio.

Per il resto, bisogna cercare di non farsi assorbire troppo dal paziente, lasciare la propria emotività fuori ed eseguire con coscienza il proprio lavoro. I turni tante volte sono stancanti perché i giorni non sono mai uguali. Sappiamo bene che possono verificarsi emergenze e imprevisti. Spesso più pazienti si aggravano contemporaneamente e tu devi essere lì in prima linea senza fermarti. Essere efficiente e saperti organizzare il tempo perché sai che a fine turno devi lasciare il reparto in maniera pulita e senza appesantire il turno entrante.

Delle volte ti senti un po’ isolato: vorrei vedere più armonia, più affiatamento tra noi colleghi – non solo tra noi infermieri – ma anche tra le altre figure sanitarie come gli Oss e i medici. Perché ci ripetono sin dall’Università di lavorare “in equipe”, che questa è la base, ma non è così scontato o visibile come sembra nell’atto pratico. C’è sempre una sorta di divisione per compiti e ruoli e sarebbe ipocrita dire il contrario.
Sarebbe gradita anche più partecipazione da parte della direzione e dei sindacati sulle problematiche che affliggono i reparti nel quotidiano come la carenza di personale: questo favorirebbe un clima interno adeguato e affiatato.

Nell’ultimo mese hai prestato servizio nel reparto Covid19 del Versilia: come sta andando?

Ho affrontato questa pandemia principalmente in un reparto Covid free: solo ultimamente ho passato quasi un mese nel reparto covid e posso dire che è un lavoro faticoso. Indossare per tutte quelle ore la tuta, il casco, triplici guanti, vari sovrascarpe e ovviamente la mascherina è tutto fuor che facile. Darei veramente una medaglia, un plauso a quei colleghi che hanno passato un intero anno confinati lì dentro. Sicuramente un incentivo economico sarebbe il minimo perché lavorare in quelle condizioni va a minare la psiche e il fisico. Solo chi ha provato può capire cosa sto cercando di dire. Uscire dal reparto completamente sudati, non poter espletare i propri bisogni primari per diverse ore, sapere che anche dal tuo impegno dipende la sopravvivenza dei pazienti: è davvero dura.
Senza considerare che sotto le tute ci sono tante vite private. Operatori con la paura del contagio sia per sé e per le proprie famiglie.

Gianni ed una delle sue più grandi passioni una volta tolto il camice: il fitness

Quali sono i tuoi interessi una volta tolto il camice da infermiere? 

Amo il fitness in ogni sua forma. Ultimamente mi sto dedicando quotidianamente alla disciplina del Calisthenics. È uno sport molto faticoso dove serve rigore mentale e tanta motivazione. Ce la sto mettendo tutta perchè è una sfida con me stesso. Serve a me per avere costanza e degli obiettivi da superare. Prendersi cura del corpo, che è la nostra casa, è cruciale.

Inoltre mi piace molto anche il mondo delle moto, delle serie tv, della musica, della scrittura e della lettura. Per non parlare della fotografia e dei viaggi. Fondamentalmente sono un inguaribile romantico, anche se a volte posso apparire cinico e a tratti più duro di quello che sono realmente.

Cosa farai una volta finita la pandemia?

Mi auguro di ritornare alla normalità. La prima cosa sarà viaggiare. Visitare posti nuovi dove saziare la mia curiosità per la vita, per le piccole cose. Tendiamo a scordare che il momento presente – come dice la parola – è un dono. Mi auguro che questa esperienza della pandemia ci abbia fatto riflettere tutti quanti. Che gli infermieri (come anche tutte le altre categorie sanitarie) non siano stati degli eroi poi dimenticati nell’oblio. Che possiate apprezzare le piccole gioie quotidiane e possiate donare al mondo la vostra parte migliore. Perché ognuno di noi ha la propria battaglia da combattere e verosimilmente, vincere!

(Gianni Pisani – Infermiere lucchese dell’Ospedale Versilia)