Fabio Belgrano e la settima arte, gli orizzonti di chi vive il cinema

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Fabio Belgrano e la settima arte, gli orizzonti di chi vive il cinema

Fabio Belgrano e la settima arte, gli orizzonti di chi vive il cinema

di Tommaso Giacomelli

Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. La frase in questione è di Ingmar Bergman, il famoso regista e sceneggiatore svedese, autore di tanti capolavori, a partire da “Il settimo sigillo”. Il significato di questo aforisma lo conosce bene anche il protagonista della nostra storia, Fabio Belgrano, un ragazzo lucchese a cui il cinema è entrato nelle profondità della mente e dello spirito. Un rapporto intenso con la settima arte, tanto da ricercarla come un orizzonte, un futuro dove approdare per rispondere alle proprie speranze e ai propri sogni. Un legame viscerale con il mondo della celluloide, che viene da lontano, ma che diventa vero quando nella vita giunge il momento di prendere delle decisioni forti: “Se mi volto indietro e penso a quando ho finito il liceo, dopo aver fatto un anno di giurisprudenza, ho capito che una cosa mi aveva sempre accompagnato nel corso della vita: il cinema. Un rapporto con la settima arte che mi ha fatto crescere come persona, molto più di quanto abbiano contribuito la letteratura o la musica. A quel punto ho deciso di iscrivermi a una facoltà universitaria che mi permettesse di capire la materia cinema, prima dal punto di vista teorico – quindi la sua storia, la sua grammatica e i suoi schemi – poi in modo pratico”.

Il mondo delle riflessioni, dei giudizi, in poche parole quello della critica, non sono sembrati a Fabio come un qualcosa di particolarmente stimolante. Per lasciare la propria firma in questo campo serve qualcosa di diverso e seguire quello che uno ha dentro. “Ho capito che in ambito accademico è difficile formare dei giornalisti, ma anche dei critici. Se qualcuno volesse rimanere nel mondo del cinema a livello teorico, può farlo insegnando nelle università ed è qualcosa sul quale alla fine non mi volevo soffermare. Volevo capire se avessi potuto realizzare qualcosa di pratico e toccabile con mano.

Per conoscere sé stessi è decisivo mettersi in gioco, provando a cimentarsi con qualcosa di vero e di reale. Quindi, seppur con poca esperienza, Fabio ha cercato di sviluppare dei contributi video per affinare le proprie tecniche e per ampliare le sue capacità. Tutto questo è servito per avere maggiore dimestichezza con gli strumenti, per acquisire sicurezza e per capire quale percorso di vita seguire: “Prima di iscrivermi a una scuola di pratica effettiva, avevo fatto dei lavori da non professionista con un gruppo di videomaker. Mi sono cimentato in alcuni mediometraggi e docu-fiction. Ovviamente grazie a questi lavori, nonostante ci fossero molti errori e inesattezze, ho capito che scrivere e dirigere erano una cosa che mi piaceva tanto. Dopo ho avuto più fortuna, ad esempio facendo lo spot per il premio letterario Carlo Piaggia (qui il link al video) che è stato determinante per capire che, applicando quelle cose che avevo imparato all’università, avevo la possibilità di dire la mia nell’ambito della video produzione. Il passo successivo è stato iscrivermi a una scuola effettiva di cinema, che mi garantisse delle solide basi pratiche. Il Covid-19 ha complicato le cose, ma nonostante questo sono riuscito a fare uno stage presso una casa di produzione di Lucca, la Infinity Blue, che si occupa di videoproduzioni per la Rai e per il circuito dei privati. La loro specializzazione è il documentario, ma sono attivi anche nel mondo della pubblicità e delle videoinstallazioni”.

Per ambire a un posto in paradiso, per avere un accesso al cinema e al mondo delle video produzioni, oggi giorno non è facile. In Italia, il settore sta vivendo una spiccata decadenza, non solo per le idee e costumi, ma anche perché è sempre più difficile emergere e lavorare: È un ramo in cui specialmente l’accesso è complicato, ma non solo, perché la produzione in Italia non è più quella che ci ricordiamo, quella del grande cinema che ci ha abbandonato almeno a partire dagli anni ottanta. La crisi Covid-19 ha aggravato la situazione, perché al di là del pericolo effettivo della malattia, le restrizioni normative creano dei veri e propri ostacoli al mondo della produzione e della realizzazione dei lavori.

 

Fabio attualmente lavora in questo settore, si è ritagliato uno spazio che al momento lo soddisfa, tuttavia il moto delle ambizioni personali dice altro. Quando il cinema ti ha toccato così profondamente, non si può restare indifferenti. Quando dentro di sé ci sono le idee, le ispirazioni e l’immaginazione, allora bisogna seguire il sentiero che si ha dentro al cuore e provare a fare qualcosa di diverso, di più ambizioso e grande: “Attualmente sono un operatore video, mi auspico di continuare a lavorare – ed è già una fortuna trovare qualcuno che creda in un giovane con poche esperienza – però vorrei fare anche un salto di qualità, scrivendo qualcosa di mio e riuscire a produrlo. Non disdegnerei nemmeno di dirigere qualcosa, perché oltre alla scrittura ho capito di amare molto anche la regia. Per poterlo fare dovrò spostarmi, per inserirmi effettivamente nel tessuto del cinema, perché in Italia ci sono due poli catalizzatori: Milano e Roma. In quest’ultima abbiamo Cinecittà e tutto ciò che ci ruota intorno, mentre a Milano abbiamo il regno della televisione e delle ricche produzioni, come Sky”.

La sua città è però Lucca, la quale possiede un legame con il mondo della celluloide un po’ schizofrenico. Secondo Fabio ci sono molte contraddizioni, tanto che la connessione tra l’Arborato Cerchio e il cinema potrebbe ottimizzarsi sotto molti aspetti: “Un rapporto che è migliorabile, nel senso che ci sono delle realtà radicate legate al mondo del cinema, basti pensare al Lucca Film Festival o al Lucca Comics, che portano con sé le grandi produzioni. A volte abbiamo assistito in anteprima a dei film che sarebbero usciti nelle sale cinematografiche italiane in un momento successivo. Lucca ha un palcoscenico destinato al cinema, ma questo pubblico non è così affezionato: ad esempio, il Lucca Film Festival ha la sua gente, specie quando raduna a sé i grandi nomi, però sono più le persone che vengono da fuori che quelle locali a presenziare alla rassegna. Forse perché vi è qualcosa che viene sbagliato a livello di pubblicità, oppure vi è qualcosa di errato nel legame che si è creato tra la città e il cinema”.

La nobile cittadina toscana è prolifica e produttiva anche dal punto di vista di piccole realtà, che si occupano di produzioni video. Un settore che tuttavia nel corso degli ultimi anni ha visto intraprendere una strada dissestata, con un pericoloso abbassamento generale della qualità. Fabio ci ha spiegato benissimo il fenomeno che si vede a Lucca, ma non solo: “Per quanto riguarda la produzione nella zona di Lucca vedo che ci sono tante piccole realtà, ma molte che erano legate all’ambito pubblicitario sono state colpite in maniera quasi mortale, ma poco ci manca, dalla situazione che stiamo vivendo da un anno a questa parte. Anche se è doveroso fare un piccolo passo indietro, infatti il problema è che negli ultimi anni si è creata tanta concorrenza, anche grazie a un’accessibilità sempre più preponderante agli strumenti, che però non si traduce in una resa pari a quella di un professionista. In questo modo si è aperto anche un gioco al ribasso, che ha comportato una spesa sempre minore nella speranza di una resa equivalente a quella fornita da maestri del settore. Il livellamento in questo modo ha colpito anche i professionisti, che per lavorare quanto facevano prima hanno aumentato la mole di lavoro, riducendo i prezzi e di conseguenza anche la qualità. Questo si vede con i suoi risvolti in una piccola località come Lucca, non mi voglio immaginare come siano gli scenari in ambienti come Milano, Roma o Firenze. La mediocrità è aumentata esponenzialmente”.

Il Covid-19 ha colpito anche il mondo delle sale cinematografiche, deserte e sbarrate da mesi. Un rito, un momento magico per tutti gli appassionati che ha lasciato posto alle piattaforme streaming, che però non possono avere tutto il fascino e l’allure di chi ha alle spalle più di un secolo di storia. Questo è un punto che sta a cuore anche al giovane Belgrano: “Quello che mi auguro è che presto possano riaprire le sale, perché lo streaming è tanto comodo e ha delle potenzialità, ma manca la parte sociale del cinema. E sto parlando di invitare qualcuno a una visione, scambiare opinioni a caldo appena finito il film, ma anche semplicemente fare la fila. Tutto questo ha alle spalle più di cento anni di storia e porta dietro di sé un’aura mitica, che non si può scalfire con il freddo streaming. In poche parole è un’istituzione il cinema, farlo sparire dal giorno alla notte con il passaggio tecnologico sarebbe un delitto”.

Chi vive di cinema ha i suoi orizzonti lontani, proiettati anche sul mondo di Hollywood e delle grandi produzioni. Quello che si percepisce attraverso i prodotti che vengono commercializzati ogni anno, è che anche il grande cinema sta vivendo un momento complicato con una crisi di idee spaventosa, che ha causato un appiattimento totale della varietà dei generi delle pellicole. Così si punta con troppa facilità a prodotti da consumare in un istante, quasi come se fossero usa e getta. Fabio ha ben chiaro quello che sta succedendo, puntando il dito contro il facile intrattenimento: “Nel cinema vi è un problema di fondo, a livello globale. Si sta puntando solo sull’intrattenimento, lo dimostra ciò a cui abbiamo assistito almeno fino all’anno scorso, poi l’emergenza sanitaria ha chiaramente scombinato le cose. Nelle sale cinematografiche, specialmente nelle piccole città, ci sono stati solo dei blockbuster a occupare i palinsesti, in particolar modo quelli del genere dei cinecomics. Io, personalmente, non sono contro questo genere, tuttavia ne sono annoiato. È impossibile continuare occupare solo con quel tipo di film intere produzioni, anche a livello nazionale, specialmente se quel genere è in mano a pochissime majors. Si è creata una situazione in cui le proprietà intellettuali più remunerative al mondo, in questo momento si trovano in mano a pochissime aziende, Disney su tutte. Al resto rimangono le briciole. Il punto è che il cinema è solo intrattenimento e legato solo a pochi gruppi di lavoro, quindi i messaggi – quando ci sono – sono sempre i soliti. Questo ha tolto varietà al cinema, ha tolto potere immaginativo, perché case più piccole ci pensano bene prima di fare un investimento su qualcosa di nuovo, per paura di andare incontro a un flop”.

Il mondo del cinema sta perdendo quella che era una delle sue funzioni primarie: comunicare un messaggio etico o sociale. Analizzando questo scenario, l’accademico toscano avrebbe una sua personale ricetta per cambiare le sorti della settima arte, che vive una staticità di idee davvero incresciosa: “La crisi delle idee ha raggiunto il suo apice, perché ormai si ragiona solo sulle saghe, remake e reboot di prodotti già collaudati. È difficile vedere qualcosa che abbia la forza di possedere messaggi controversi, a volte forti o scomodi. Il pubblico – dalla sua – li recepisce peggio, perché da anni è stato abituato in modo negativo, tanto che la maggioranza degli ascoltatori ha sviluppato dei gusti immaturi e fanciulleschi. È un peccato perché anche nel mondo delle grandi saghe, la varietà sarebbe la loro salvezza, invece è tutto un aprire e scartare idee, ma anche riciclarsi in altri modi. Il cinema più che di nuovi film, ha bisogno di nuovi scrittori. C’è bisogno di avere il coraggio di lanciare nuovi sceneggiatori e nuovi artisti che diano una svecchiata a un sistema che rischia di diventare, nel giro di pochi anni, incancrenito”.

Sperando un giorno di poter dirigere e sceneggiare un proprio film, Fabio Belgrano a chi attingerebbe tra i grandi del passato: “Ho un occhio di riguardo per il mondo dell’horror, quindi se potessi fare un lavoro che riuscisse a stare in equilibrio tra l’intrattenimento e un film di qualità come faceva John Carpenter, ne sarei orgoglioso. Se c’è un bilanciamento tra una cosa che puoi vendere e una cosa che ha una sua anima, quelli sono i film del grande maestro americano. Non sono solo pellicole dallo spavento facile, ma sono analisi della natura umana. Ne è un esempio “La Cosa”: in una situazione di difficoltà gli uomini non fanno coalizione, ma si mettono gli uni contro gli altri, perché è insito nella loro natura. Un messaggio semplice, ma raccontato in modo avvincente, tanto crudele quanto spietato. In più mi piacerebbe attingere in modo sincero alle opere di Lovecraft senza rischiare di essere banale o di andare fuori dal seminato”.

Guai a fermare i sogni, specie quando qualcosa ti tocca nel profondo e diviene parte di te. “Fare un film significa migliorare la vita, sistemarla a modo proprio, significa prolungare i giochi dell’infanzia”, lo diceva François Truffaut molto tempo fa, ma è valido ancora di più oggi in una realtà più crudele e difficile, dove anche sognare diventa difficile.