Lucca e la Pacini Fazzi Editore, un legame indissolubile che dura da cinquant’anni

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Lucca e la Pacini Fazzi Editore, un legame indissolubile che dura da cinquant’anni

Lucca e la Pacini Fazzi Editore, un legame indissolubile che dura da cinquant’anni

La Pacini Fazzi Editore è una vera e propria icona, un patrimonio inestimabile di Lucca e dei lucchesi dal lontano 1966. Piccola ma battagliera, ostinata e audace, la storica casa editrice è un polo culturale che rappresenta un vanto per la città anche perché ha saputo valorizzare il territorio senza mai scadere in un eccessivo e limitante localismo. Quest’oggi abbiamo intervistato Francesca Fazzi – figlia della fondatrice Maria Pacini Fazzi e attuale titolare della casa editrice – che ci ha aperto le porte della magica sede sita nel centro storico e ci ha condotto all’interno dell’affascinante mondo dell’editoria, un mondo fatto di cultura, esperienze, carta e libri.

La Pacini Fazzi Editore è attiva dal 1966, anno in cui fu fondata da sua madre. Lei che ricordi ha degli inizi?

Non ho ricordi precisi. Ero piccola, ma ricordo la casa piena di libri e fascicoli e un interesse diffuso per tutto ciò che era carta stampata, dalla semplice macchina da scrivere alle fotografie, dai giornali alle bozze…un mondo che mi ha sempre “parlato”, stimolando la mia curiosità ma anche la mia creatività.

È difficile mandare avanti un’attività del genere in una piccola realtà provinciale lontana dai grandi centri culturali come Lucca?

Ho forse un’altra definizione di provincia e pertanto non sento Lucca, e in generale la ricchezza culturale espressa dalla provincia italiana, lontana dai “produttori” culturali o affine al concetto – sicuramente negativo – di “provinciale”, per me generato da condizioni quasi opposte. Tuttavia – se capisco il senso generale della domanda – oggi grazie ad internet quella che possiamo definire “delocalizzazione”, a mio parere non è certo il problema: è difficile fare editoria e il problema è, semmai, quello delle dimensioni aziendali e del pubblico; ma non credo fosse più semplice qualche anno fa. La distribuzione oggi viaggia più autonomamente, si fa molto più marketing “culturale” e il self-made nel campo della comunicazione, grazie soprattutto ai social, aiuta gli audaci. Non ogni piccolo è anche audace, ma lo è se si ostina a fare con professionalità il proprio mestiere.

Il legame tra la vostra casa editrice e la città è sempre stato molto forte: com’è stato e com’è fare editoria a Lucca?

Lucca è un brand e credo che il nostro catalogo, oltre che ricevere, abbia dato anche molti stimoli a questo brand. Il legame sta nell’individuare i contenuti, trattarli in modo non provinciale, appunto, e quindi non indulgere nel localismo  – che è altra cosa dalla cultura locale – e soprattutto nel voler dare spazio alla ricerca fondante e nel cercare di fare divulgazione di qualità. Ma una casa editrice è anche ascolto, ed è fondamentale il rapporto con le voci e i settori di ricerca che hanno un peso specifico.

Dar vita ai libri è un’arte antica e senz’altro affascinante: che cosa le ha dato, a livello umano, questo lavoro?

La storia anche materiale del libro e dell’editoria non solo è affascinante e di grande interesse, ma si concretizza in quella cultura del libro che ogni editore sente su di sé. Quella cultura che ogni editore cerca di interpretare lasciando una propria impronta anche nella realizzazione materiale, fisica del libro stesso. Un mestiere – quello dell’editore – che ha molto a che fare anche con una dimensione artigianale, che coinvolge professionalità diverse che il libro comunque veicola nella scelta dei caratteri, della carta, del formato, della copertina…un prodotto che ogni volta va reinventato o forse rimodulato in un rapporto equilibrato fra forma e contenuti: è una grande soddisfazione partecipare alle varie fasi della sua creazione. Per trovarsi poi fra le mani ogni volta un libro diverso, un prodotto sempre nuovo da far conoscere e vendere, raggiungendo le mani e la mente dei sui lettori. Un prodotto che coniuga in sé tanti mondi e che racchiude in una dimensione materiale un portato intellettuale.

Se non ci fosse stata un’attività familiare già in essere, lei questo lavoro lo avrebbe comunque scelto?

Una risposta difficile: per me questa è stata una grande opportunità che ho scelto subito dopo la laurea e senza ripensamenti; certamente questa è un’attività nella quale mi sento molto me stessa e sono certa che comunque avrei operato in campo culturale, o giornalistico. È anche vero che la componente familiare ha significato un’aggiunta di valore alla mia scelta, perché è una sfida piena di contenuti voler dare un seguito ad un’attività che porta il nome di mia madre e che si trova perfettamente allineata con i miei interessi.

Qual è il ricordo più bello legato alla sua attività di editore?

Davvero tanti. Certamente la presentazione della Collana “Italiane” alla Camera, in occasione del nostro 50esimo di fondazione, è un cammeo che porterò sempre con me. Ma soddisfazioni ne ho avute tante e sono la vera ricompensa di un lavoro difficile e pieno di sfide giornaliere.  La mia prima iniziativa editoriale è stata una Collana (ancora aperta) chiamata “L’Unicorno”, dedicata a Testi e studi di Letteratura Italiana e diretta da Luigi Blasucci: l’ho iniziata ancora studentessa, dovendo attendere – su consiglio del professore – la mia laurea per far uscire il primo volume. Curiosamente, proprio quest’anno, in occasione del VII centenario dantesco, il volume “Dante e Lucca” sarà curato dal prof. Alberto Casadei: il suo primo libro è stato anche il mio, dato che inaugurò proprio quella collana oltre trenta anni fa; ritrovarci dopo tanti anni è stata solo l’ultima delle tante belle sorprese che mi regala ogni giorno il mio lavoro.

Cos’è cambiato a causa della rivoluzione tecnologica e qual è, oggi, la funzione sociale dell’editoria?

Molto e non solo nell’allestimento materiale del libro, oggi perfezionato, molto velocizzato e anche meno costoso, ma anche nella costruzione dei contenuti a cui la tecnologia ha dato un supporto eccezionale. E se la velocizzazione offerta dalla tecnologia non necessariamente aiuta nella qualità del prodotto finito, sul fronte comunicativo ha invece una funzione di grande spinta nella divulgazione e nella promozione, e quindi nella vendita. La funzione sociale dell’editoria invece non mi sembra cambiata: si producono contenuti di diverso genere e peso “specifico” e si incontra un pubblico. La spazzatura c’è sempre stata, può anche essere consumata, e forse oggi osmoticamente passa dai social al libro, divenuto decisamente più permeabile; poi se la digeriamo o no il problema diventa culturale. E per questo è importante la formazione, che inizia con la scuola e dura tutta la vita.