A colloquio con… Ana Spasic

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A colloquio con… Ana Spasic

Quale è stato il percorso canoro tra il tuo paese di origine e l’Italia?

Molto atipico e burrascoso, come il mio percorso di vita in generale.

Durante il bombardamento della NATO nella primavera 1999 ho dovuto interrompere tutte le attività. Allora ero una studentessa di musica, alle prime armi e poco più che maggiorenne. Il 24 marzo 1999 l’insegnante di armonia ci disse che non avremmo avuto altri compiti, di tornare a casa quanto prima e ci accompagnò con la frase, <<malgrado i media nazionali tacciano, ho ricevuto una telefonata da Toronto e vi devo informare che otto ore fa gli aerei sono partiti dal Canada, tra qualche ora inizieranno a bombardarci. Se andrà tutto bene, mi auguro che a settembre ci ritroveremo tutti quanti in questa aula.>> Aveva purtroppo ragione, dopo qualche ora ho sentito la prima sirena antiaerea e ho avvertito un boato forte, assomigliava a un intenso temporale, mentre le scosse  scuotevano l’edificio come se si trattasse di un terremoto, i vetri venivano frantumati dallo spostamento dell’aria. Avrò sempre  con me questa terribile immagine e l’impressione sonora del subdolo sibilo del movimento dei missili  prima di colpire l’edificio. Non a caso recentemente ho scelto di interpretare Paesaggio di rumori di guerra di Depero.

Da qui il pensiero all’Italia…

Prima di allora non avevo mai pensato di uscire dalla Jugoslavia. Nei mesi che sono seguiti non stavo nel rifugio sotterraneo, non sopportavo di stare chiusa ed aspettare, ma uscivo con Fa, il mio cane e trascorrevo il tempo in un bosco, accanto ad un lago. In uno di quei momenti mi ero detta <<Ora basta, hai passato finora la metà della tua esistenza in disgrazie di cui non hai colpe, sei solo vittima. Sei libera di scegliere la tua strada>>. Da li la mia (auto)risposta era dedicarmi al canto. Dove? Italia o Russia. La moneta mentale aveva segnato l’Ovest, perché l’Italia rimane sempre la culla del Belcanto. Se fossi stata una violinista, avrei scelto la Russia.

Pensa, sono partita dalla Serbia convinta di studiare l’Opera, la tradizione del Belcanto e quindi avevo optato tra Parma e Piacenza, scegliendo di nuovo la provincia situata più occidentale. In Serbia Giuseppe Verdi rimane l’autore operistico più conosciuto. Se nell’immaginario comune operistico della penisola balcanica avesse prevalso Puccini, avrei probabilmente scelto Lucca.

Come sei stata accolta in Italia, soprattutto nel percorso di studi? 

Devo ammettere che arrivando qui ero molto ispirata, tutto era per me un sollecito sensuale, cosa che non ho avvertito durante il semestre che ho trascorso in Germania. Lì mi sentivo più sicura, era tutto più efficiente e in ordine, ma mi si stavano assopendo i sensi: mi mancava l’Italia, anche il “geniaccio”, “la follia individualista” del vivere italiano che mi stava sconvolgendo la vita.

In Italia nel mio percorso canoro però è successa una cosa meno pensabile: dal primo mese l’insegnante (Francesca Garbi, un soprano verdiano per antonomasia, a sua volta vincitrice del concorso di Busseto a soli 23 anni, mentre a 26 si esibì alla Scala), mi proibì Verdi e tutti gli altri autori italiani che le chiedevo di fare. Mi disse che il suo compito era di salvaguardare la mia integrità e l’unicità nel timbro e che un giorno, maturando secondo lei con la mia sensibilità, intelligenza e particolarità, sarei diventata “la manna dei compositori contemporanei”. All’inizio non era facile per me capire e accettare quella diversità. L’unica cantante italiana che mi aveva consigliato di ascoltare era il soprano protagonista della musica del Novecento italiano, Liliana Poli, con la quale, dopo aver completato la prima laurea in canto, ho instaurato un rapporto diretto andando a trovarla a Firenze. La Poli era presente nel pubblico quando nel 2013 per il Maggio Musicale ho cantato IN NOVA FERT di Daniele Lombardi. Mi aveva pure detto: <<finalmente una voce come la mia>>. In lei ho trovato davvero il mio modello, un esempio da seguire e il mio posto nell’immenso oceano che è la musica. Tutto da quel momento tornava ed aveva senso. Liliana Poli mi manca tanto.

Come ti sei avvicinata alla musica dei primi del Novecento ?

Nel percorso accademico italiano la storia della musica, dopo Puccini, per lungo tempo era stata quasi completamente tagliata fuori. Gli autori non operistici degli inizi del Novecento, in primis la seconda scuola di Vienna, sono stati introdotti con i percorsi del nuovo ordinamento, ma non tutti: anche lì di nuovo una restrizione di campo. Sono arrivata nel 2001 quando questo percorso era oramai avviato. Molti insegnanti non vedevano l’ora di affrontare questi autori di cui i lavori prima della riforma scolastica, giacevano pieni di polvere e nell’ombra degli scaffali delle biblioteche, per quasi un secolo. Anche gli insegnanti di storia della musica finalmente, nei nuovi ordinamenti, hanno potuto allargare il campo e parlarci degli avvenimenti di  tutto il Novecento e si è arrivato persino a parlare della crisi della musica contemporanea colta.

Quindi un percorso con varie diramazioni…

Nella storia del Novecento si profilavano due strade in particolare: quella che precisava sul pentagramma il codice esecutivo fino ad un punto di esasperazione (si pensi alla dodecafonia), ed è quella che sarebbe poi andata in direzione dello sviluppo della musica elettronica. Ha convissuto con queste idee una seconda tendenza, opposta, che spesso chiamiamo musica aleatoria e che è più legata ai nuovi sistemi visivi: come stimolo per immaginazione e creazione di nuovi timbri e nuove possibilità creative.

Ho avuto davvero ottimi docenti e potrei farne un lunghissimo elenco. Anche in Germania, dove nella mia vita spicca un’insegnante di Brema, Monika Moldenhauer, un mezzosoprano tedesco che ha collaborato con Berio negli anni Ottanta. Fu Monika  per me un’ulteriore conferma e spinta che ero sulla strada giusta. Lei mi insegnò il metodo per organizzare un po’ la mia follia creativa.

…e in particolare la musica contemporanea.

In realtà, dopo Piacenza, ho scelto di specializzarmi a Milano proprio  nell’indirizzo contemporaneo e moderno. Al Conservatorio Verdi di Milano ci sono due insegnanti di musica vocale da camera molto colte e intelligenti che avevano attratto la mia attenzione e guadagnato la stima: Daniela Uccello e Stelia Doz. Sono stata accolta nella classe della dolcissima Daniela, ma nella loro intelligente e collaborativa ottica di lavoro, ho potuto godere dell’esperienza e della conoscenza di entrambe. La loro è una visione veramente evoluta, aperta, trasversale, di supporto e d’integrazione.

E parlando di musica d’avanguardia?

Qui si apre un unico neo ancora da rimuovere. Credo che nei percorsi accademici nell’ambito delle avanguardie, in Italia non siamo ancora abbastanza liberi o aperti. Le sto affrontando grazie a produzioni artistiche e a progetti particolarissimi, legati all’arte in generale o al teatro, non propriamente musicali. Mi interessa molto anche la danza contemporanea e il suo rapporto con la musica sperimentale.

A Milano, grazie a persone attente, recentemente hanno aperto un ulteriore master di canto, nel quale si prefiggono l’obiettivo di affrontare gli autori italiani poco conosciuti dell’inizio del secolo scorso (quelli che non hanno avuto “la grazia di un Editore”). Ma anche lì, ancora non si supera questa zavorra dell’accademismo, i veri sperimentatori e i musicisti eversivi e rivoluzionari non vengono ancora considerati con il giusto merito. L’avanguardia nella musica colta italiana è esistita ed è importantissima nel panorama mondiale, non solo europeo.

Parlaci della musica del Movimento Futurista

Ecco, siamo proprio al dunque. Perché non parlare nelle scuole del Futurismo in Musica, anzi di futurismi in musica? Quello di Russolo è venuto anche fuori, l’emancipazione del rumore è un aspetto abbastanza conosciuto, grazie anche ai siti americani della musica hard rock che si considerano epigoni di Russolo. A me viene spontaneo dedurre che John Cage, da persona intelligentissima, abbia compreso fino in fondo questo pensiero e dopo pochi decenni abbia solo ribaltato il concetto, parlando dell’emancipazione del silenzio che poi in pratica ci abitua a considerare e a pensare al rumore. Ma esiste anche la musica futurista scritta sui pentagrammi, di cui veramente nel mondo dei musicisti c’è un ignoranza spaventosa; tuttavia non è colpa dei musicisti, ma delle istituzioni. In Romagna con F.B. Pratella c’è stata una fervente attenzione ad altri aspetti del futurismo in musica, ma anche in Puglia con Franco Casavola e così via dicendo. Interpreto pure poesie scritte sul pentagramma, ambiti letterari che vedono il linguaggio universale trasposto in musica.

Poi l’incontro con Daniele Lombardi

 Come sarei stata capace di scovare una corrente artistica sotterrata in questo Paese nella seconda metà del secolo scorso, e ormai da riscoprire nel futuro insieme ai mosaici romani, se non avessi avuto la fortuna d’incontrare al Conservatorio di Milano Daniele Lombardi ? La sua figura è quella poliedrica del musicista, dell’artista e dello studioso che ha dedicato decenni di ricerche alle avanguardie storiche musicali. A Milano insegnava pianoforte e collaborava con la Fondazione Mudima (un museo contemporaneo), con la quale ha pubblicato la sua enciclopedia del Futurismo musicale. Ora questi studi sono di dominio pubblico. Persino le partiture, i manoscritti che ha trovato nelle biblioteche, poco per volta, Daniele le sta digitalizzando e rendendo disponibili on-line per tutti. Sta alla nostra curiosità e volontà,  il volersi aprire e attingere qualcosa dal movimento futurista.

Ritornando al Futurismo…

Come ho sentito recentemente dire dallo storico Giordano Bruno Guerri, parafrasando: 

<<Il futuro di Marinetti è roseo e deve ancora arrivare, tuttavia sarà menzionato per secoli in tutto il mondo, anche se ad oggi non esiste in Italia ancora una via o una piazza che porti il suo nome. Non dimentichiamoci, prima del 1922, la rivoluzione dei futuristi italiani era già compiuta. Al momento in cui saremo completamente liberi da tutti questi pregiudizi o sensi di colpa che abbiamo riguardo al Fascismo, le potremo dare un giusto peso. Solo allora saremo in grado di riconoscere l’importanza che il Futurismo Italiano realmente ha avuto nella storia dell’Arte .>>

Parliamo di un movimento che ha precorso e ha influenzato il decorso mondiale di tutto il Novecento, con propaggini in altri quaranta paesi. Trovatemi un altro movimento italiano così rivoluzionario dopo il Rinascimento…

A quali progetti stai lavorando adesso?

Di progetti ne ho tanti, ma ritengo che per me personalmente il più importante sia approfondire ulteriormente questo iter intrapreso gradualmente dal 2012, quando ho avuto Daniele Lombardi come relatore della mia tesi di laurea specialistica. Allora, a parte i sistemi atonali della seconda scuola viennese, studiavo le sperimentazioni americane della seconda metà del secolo. Daniele mi ha portato a rifletterci e ad affrontare l’avanguardia italiana di qualche decennio prima; non avrei mai pensato che la culla del Belcanto,  potesse essere anche promotrice di linguaggi così fortemente eversivi e progressisti, i veri motori della società. La prima cosa è aprire al mondo l’espressionismo italiano, creare oggi attingendo direttamente da quelle idee. 

Il progetto FUTURVOICE, pubblicato come un “CD oggetto” da EMA vinci records, fa parte di questa mia intenzione e impegno artistico e sociale.

…e per il futuro?

Il prossimo anno creerò scritture vocali scegliendo di interpretare le tavole parolibere dei futuristi slavi, anche perché questi, a parte la Bulgaria, erano prevalentemente di ideologia bolscevica. Tuttavia da quei luoghi alcuni artisti aderirono al Movimento scrivendo a Marinetti che loro erano con lui nell’Arte, separando bene da questa l’ideologia politica. Voglio poi portare nei paesi slavi le poesie visive nelle loro lingue che loro stessi conoscono poco e parlare del Futurismo. Riprendere il nesso e la comunicazione nella cultura europea di un secolo fa, così bruscamente interrotta e devastata dalle due guerre mondiali, per poi essere conquistata, persino sgretolata nel processo di globalizzazione nel NWO (nuovo ordine mondiale) che viviamo ora. Credo che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di riflettere su quanto questa faccenda ideologica non abbia più alcun senso e guardare di riprendere le nostre radici spirituali. L’arte è ribelle perciò progressista ed è linfa per un futuro qualitativamente migliore.

Quali importanti incontri hai fatto in Italia o all’estero

In Italia collaboro con compositori di varie tendenze, diversi linguaggi, anche non sperimentali.

Parlando di un passato recente all’estero ho collaborato con un’orchestra franco-belga, esibendomi anche in Romania nell’importante festival internazionale George Enescu. Sai, ogni esperienza o viaggio porta con se nuove conoscenze, altre visioni del mondo; io definitivamente sono più affine all’anima dell’Europa del sud. Eseguo però brani contemporanei internazionali e trovo molto interessante che il mondo abbia tanta diversità. Tutte sono visioni legittime. Questo mi porta a cercare altri stimoli e incontri.

In questo momento mi sto preparando per Israele, dove nel duo Flautata Voce con la flautista italiana Sara Minelli che risiede a Londra, eseguiremo a Tel Aviv e ad Haifa un programma internazionale contemporaneo completamente di compositrici donne, meno una, Benedetta Cappa Marinetti. Benedetta è un’artista futurista che ha disegnato uno stato d’animo, tracciandolo sulla carta, come l’immagine di un’energia sonora che attraversa due pentagrammi: <<L’io ottimista fra le rotaie del pessimismo>> del 1924.

Malgrado fossi paradossalmente considerata qui un’extracomunitaria, sono nata e ho sempre cantato nel vecchio continente, ma da quest’anno mi si stanno aprendo prospettive per gli altri continenti. Se lì non sarò considerata un’europea, mi libererò di ogni preconcetto dichiarandomi un’ extraterrestre.

Sarà quel che sarà! Mi sono abituata ad un percorso, forse ad una missione, particolare che devo seguire.